martedì 18 novembre 2008

Offerte di lavoro, ancora sull'università


Nature, la più importante pubblicazione scientifica del globo, il 13 novembre 2008 pubblica un articolo intitolato "Situations vacant" (più o meno, offerte di lavoro, oppure cattedre offronsi).

Vi si trova scritto che ci sono volute animate manifestazioni nelle strade per far recedere temporaneamente la Gelmini dal mettere in atto pesanti tagli al budget della ricerca e per spingere il governo a un dibattito parlamentare che coinvolga anche le università. La Gelmini inoltre, continua l'editoriale, ha leggermente modificato il meccanismo dei concorsi nazionali per l'assunzione di ricercatori e professori.

Poi finalmente l'editoriale entra nel merito. La sostanza è questa (potete leggere l'intero articolo in inglese al link del titolo di questo post):

"Il farraginoso sistema del concorso (in italiano nel testo, NdT) non ha bisogno di essere rabberciato, ha solo bisogno di essere abbandonato. Immaginate se il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Cambridge dovesse rivolgersi a Washington ogni volta che ha una posto vacante; se dovesse quindi aspettare l'amministrazione centrale per raccogliere abbastanza posti vacanti su tutto il territorio nazionale per poter indire un concorso nazionale; e infine se dovesse lasciare comporre ai vari accademici, da tutte le università, un comitato nazionale composto da esperti della disciplina per scegliere finalmente il candidato, comitato nel quale potrebbe sedere un solo rappresentate del MIT.

"Questo sistema di reclutamento centralizzato è stato una caratteristica tipica delle università italiane per gran parte del secolo. Solo negli anni '90 le università hanno ottenuto un controllo sui loro budget sufficiente per decidere quanti professori volevano assumere, anche se non potevano ancora decidere quali. Il governo si rifiuta di concedere loro questa autorità perché i politici hanno paura che, da sole, alcune università possano assumere professori basandosi su intrecci policiti e personali locali, piuttosto che sul merito scientifico. E c'è una buona ragione per preoccuparsene: è quello che accade anche col sistema dei concorsi (in italiano, NdT)."

E ora finalmente viene il punto che sostengo da sempre:

"Nonostante questo, le università italiane dovrebbero essere libere di reclutare chiunque vogliano, nel modo che desiderano -alla fondamentale condizione che costoro siano poi valutati per le loro performances accademiche. Se le università che fanno meglio ricevono più risorse, e quelle che fanno peggio ne ricevono meno, allora l'incentivo a assumere sulla base di criteri politici (che nulla hanno a che fare con la scienza, cazzo, NdR) crollerebbe.

"Il precedente governo di centro-sinistra ha spianato la strada a questo tipo di sistema poco prima di cadere in Aprile, quando ha promulgato una legge per istituire l'ANVUR, una agenzia per valutare le performances di università e ricerca. La Gelmini ha solo bisogno di completare l'istituzione dell'ANVUR, di metterla a lavorare e di mettere la parola fine al sistema dei concorsi. Il suo predecessore (Mussi, NdR) ha riconosciuto che ci vuole un po' per istituire la nuova agenzia e così ha messo in moto il solito, ora bloccato, round di concorsi per permettere che la vita universitaria continui normalmente. La Gelmini ha dunque commesso un errore a interferire con questa pratica.

"Una riforma è chiaramente necessaria. Dato che le università italiane non hanno responsabilità nelle scelte che riguardano le assunzioni, alcune di esse sono diventate lasse, dilatate, pigre. Ma le riforme abbisognano di una mano forte, cosciente, sapiente -caratteristiche che la Gelmini non ha saputo offrire."

Cazzo.

15 commenti:

Anonimo ha detto...

What? Cioè fammi capire, da un lato vuoi eliminare il sistema del concorso, dall'altro vuoi completa autonomia dell'università. E chi controlla? Della serie "via libera ai baroni". Il tutto senza tagli.
Dico io: tagliamo i fondi, poi cominciamo a ridistribuire sulla base del merito. Allora vedrai che chi fa poco rimane tagliato fuori. Il sistema del merito ha sempre preoccupato una sinistra fannullona e scioperata.
Per cambiare le cose ci si rimbocca le maniche, non si intrecciano le braccia!
PS: E piantiamola con questi articoli su Nature scritti chiaramente da italiani "con qualche conoscenza". Una volta almeno nella scienza non entrava la politica. La sinistra usa i suoi baroni anche sulle riviste internazionali. Che scandalo!

paolottivomita ha detto...

intanto, ano, faresti bene a non nascondere la mano.
poi veniamo ai tuoi punti: ma perché, l'università americana chi la controlla? quella francese? quella giavanese? ti dico io chi la controlla (che immagino significhi "chi fa in modo che le risorse a disposizione vengano usate nel migliore dei modi", perché mica so bene tu che vuoi dire con controllo. politico? finanziario?): la controlla CHI NE E' RESPONSABILE DAVANTI ALLA COMUNITA'. che tradotto vuol dire che il più efficace sistema e criterio di controllo E' SOLO QUELLO CHE FAI, e nient'altro. esistono parametri (su cui si può dibattere) che indicano quanto l'università fa. quanto "produce" (orribile...). questo è l'unico sistema di controllo, la valutazione in base a indici non interpretabili. non un "controllore", non un fottuto politico. chi lo controllerebbe il controllore? chi controllerebbe i politici.
ecco l'unico -UNIVERSALE- sistema che accetto come controllo.

sul taglio che proponi: NO. prima ridistribuisci in base al merito, POI TAGLI A CHI NON MERITA.

sulle tue affermazioni della sinistra fannullona e sciperata poi mi permetto di pisciarci abbondantemente sopra. probabilmente il berlusca e il suo nano ti hanno imbottito la testa di cazzate, e infatti appare trasparente dalla tua affermazione su Nature. impara piuttosto che esistono nazioni dove chi fa lo scienziato e scrive di scienza sa mantenere un certo distacco dall'influenza politica. viaggia, informati, studia.

e scandalizzati piuttosto di un pese dove un buffone possiede il totale controllo dell'informazione.

se hai altri argomenti fatti pure avanti.

oppure vai in pace, ano.

paolottivomita ha detto...

Italy's universities should be allowed to recruit whomever and however they want — with the all-important proviso that they also be evaluated on their academic performance.

that's control.

paolottivomita ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
paolottivomita ha detto...

tranquilli, commento eliminati perché postato due volte... ho perso il controllo -appunto- del blog...

paolottivomita ha detto...

un commento di Renato Dulbecco.

Sulla fuga dei cervelli
è il momento di cambiare

di Renato Dulbecco

HO LASCIATO il mio Paese nel 1947, a soli 33 anni, per gli Stati Uniti, per poter sviluppare le ricerche scientifiche che mi hanno fatto meritare il Premio Nobel per la Medicina, molti anni dopo, nel '75. Oggi mi fa male vedere che, dopo oltre 60 anni, la situazione di crisi della ricerca scientifica in Italia non è cambiata, anzi. Lo dimostrano i più di mille ricercatori italiani sparsi per il mondo che hanno già riposto all'appello di questo giornale e che hanno dovuto, come me, lasciare il Paese per dedicarsi alla scienza.

Il mio rammarico non è una questione di nazionalismo: la scienza per sua natura ignora il concetto di Patria, perché è e deve rimanere universale. Anzi, penso sia importante per uno scienziato formarsi all'estero e studiare in una comunità internazionale. Tuttavia dovrebbe anche poter scegliere dove sviluppare le sue idee e i frutti del suo studio, senza dover escludere del tutto il Paese dove è nato. Ciò che mi dispiace profondamente è toccare con mano l'immobilismo di un'Italia che sembra non curarsi della ricerca scientifica, esattamente come nel dopoguerra.

Come se più di mezzo secolo di esplosione del progresso scientifico fosse passato invano. Chi vuole fare ricerca se ne va, oggi come ieri, per gli stessi motivi. Perché non c'è sbocco di carriere, perché non ci sono stipendi adeguati, né ci sono fondi per ricerche e le porte degli (ottimi) centri di ricerca sono sbarrate perché manca, oltre ai finanziamenti, l'organizzazione per accogliere nuovi gruppi e sviluppare nuove idee. Perché non esiste in Italia la cultura della scienza, intesa come tendenza all'innovazione che qui, negli Stati Uniti, è privilegiata in ogni senso ed è il motore del cambiamento.

Ciò che è cambiato concretamente, rispetto ai miei tempi, è che la ricerca scientifica, spinta dalla conoscenza genomica che è stata al centro del miei studi e oggi rappresenta il futuro, richiede molti più investimenti in denaro e persone rispetto a 60 anni fa. Si allungano così le distanze fra Paesi che investono e quelli che non lo fanno. L'Italia rischia, molto più che negli anni Cinquanta, di rimanere esclusa definitivamente dal gruppo di Paesi che concorrono al progresso scientifico e civile.

Io sono uno scienziato e non ho la ricetta per salvare la ricerca italiana, ma proprio come "emigrato della ricerca " posso dire che i modelli ci sono, anche vicini ai nostri confini, senza guardare agli Stati Uniti, che sicuramente hanno una cultura e una storia molto diversa dalla nostra. Basterebbe iniziare a riflettere dal dato più semplice. Un Paese che investe lo 0,9% del proprio prodotto interno lordo in ricerca, contro la media del 2% degli altri, non può essere scientificamente competitivo né attirare a sé o trattenere i suoi ricercatori migliori.

Grazie Renato.

punturo ha detto...

La destra è piena di "ano/i".
Dimmi tu Tieró, hai mai visto uno di destra che ti si sia presentato con nome e cognome orgogliosa di avere votato il nano.
E' tipico dell'Italia della destra dei nani, tirano la pietra e (la polizia le) nasconde la mano.

punturo ha detto...

non a caso: N-ano

ih ih ih quanto sono stupido!!

scusate non ce la faccio proprio a metterla sull'intellettuale con questa gente.
Ammiro voi che ci riuscite...

Anonimo ha detto...

Mi domandavo il perché della fighetta in minigonna.

Betta

paolottivomita ha detto...

punturo al suo meglio. pù, la fighetta in minigonna perché è una fighetta in minigonna, no? che domande... chiedi a punturo.

Betta ha detto...

Effettivamente una fighetta in minigonna è un po' come il nero, sta su tutto.

Col nero intendevo il colore, non la fede politica.

Dai non litighiamo, il mondo fa già abbastanza schifo.
Se decidiamo di litigare facciamolo davvero, imbracciamo l'artiglieria e non se ne parla più.
Potevo dirlo in un blog? No? Domattina alle 5 vengono ad arrestarmi ancora impigiamata?
Mi danno il tempo di mettermi almeno una tuta e un filo di mascara? Lavarmi i denti? Chi mi porta le arance?
Probabilmente dopo 24 ore sarò desaparecida in qualche sotterraneo della Dozza, coi tempi che corrono...

Dai dai peace and love, soprattutto love!

dariedda ha detto...

paolo il mio unico e solo neurone in funzione mezza volta al giorno mi impedisce di scrivere un commento degno di quanto affermi nel post e di rispondere adeguatamente all'anonimo di cui sopra. Anzi no, per l'anonimo una risposta cell'ho e fa più o meno così: prrrrrrrrrrrrr!
che non è elegante forse ma è l'unica cosa che riesco a produrre ora.
saluti.

punturo ha detto...

tieró quando porto all'asilo marcello, c'è un collegio vicino con tutte queste bambine in divisa minigonna scozzese e calzettini... che mamma mia....

paolottivomita ha detto...

razza di porco... che via è?

Betta ha detto...

Tutti a Madrid a vedere le fighine in divisa scolastica!

Maledetti manga giapponesi, hanno distorto le vostre fantasie!

Comunque ragazzi, non per dire, ma VI ARRESTANO!
Siete vecchi, fatevene una ragione e basta, un plaid sulle ginocchia, il telecomando in mano e passa la paura...

Io invece, che non ho nemmeno trent'anni, sì che sono giovane!